interviste (14)

Cervelli in fuga, letteralmente. All'università del Texas sono scomparsi ben 100 cervelli conservati nella formaldeide, parte di una collezione di oltre 200 pezzi utilizzati per ricerca e insegnamento. E' un macabro rompicapo per le autorità dell'ateneo, secondo cui potrebbe trattarsi di un furto ad opera di studenti.

Della speciale collezione - si legge sul Washington Post - fa parte anche il cervello di Charles Whitman, il cecchino che ha scalato la torre dell'orologio di Austin nel '66 e ha aperto il fuoco, uccidendo 16 persone e ferendone molte altre. Lo stesso Whitman avrebbe poi chiesto che il suo cervello venisse studiato dopo la sua morte, alla ricerca di segni di malattia mentale.

"Pensiamo che qualcuno possa aver preso i barattoli con i cervelli, ma non siamo sicuri", ha affermato all'Austin-American Statement Tim Schallert, professore di psicologia dell'università del Texas, aggiungendo che potrebbero averli sottratti negli anni gli studenti "per esporli in soggiorno o come scherzo per Halloween". I cervelli in formaldeide appartenevano originariamente all'ospedale di Austin, che li ha poi dati all'ateneo 28 anni fa: dovrebbero essere di pazienti, quasi tutti sconosciuti, degli anni '50-60.

fonte: adnkronos

Si sveglia dopo 11 mesi di coma post-trauma. "Chiara e la sua famiglia tornano a sperare", dice il direttore della Neurochirurgia dell'Azienda ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma, Alberto Delitala, raccontando la storia di Chiara, una ragazza di 20 anni, picchiata a febbraio dal fidanzato e rimasta in coma, appunto, per 11 mesi.

Sono stati mesi di operazioni e speranze per Chiara. Dopo un primo intervento drammatico in urgenza, nella notte, per evacuare l'ematoma che si è formato in seguito alle percosse e per effettuare una decompressione ampia della scatola cranica, che può salvarle la vita, seguono altri 2 interventi al cervello e la ricostruzione della teca cranica con tecnologia avanzata elaborata al computer. Quindi una lunga e faticosa degenza, prima nella Terapia intensiva con i neurorianimatori del dottor Paolo Orsi, poi nel reparto di Neurochirurgia di Delitala, dal gruppo di cui fa parte Franca Martines, neurochirurga del reparto. "Il protagonista principale di questa bella pagina è il team infermieristico, diretto da Antonella Luzzi - chiosa Delitala - L'assistenza nel nostro Reparto è di altissimo livello, sono anni che non vediamo quelle lesioni da allettamento che mettevano a repentaglio la vita dei pazienti dopo molti e complessi interventi. La responsabilità e la competenza riescono a superare anche la carenza di risorse".

Grande soddisfazione arriva dal direttore generale Antonio D'Urso: "Chiara ce l'ha fatta proprio il giorno dopo la giornata contro la violenza sulle donne. Questa notizia di buona sanità può costituire un messaggio di speranza. Da oggi - conclude - la giovane sarà trasferita al S.Lucia, un Centro di neuroriabilitazione dedicato a questi casi. Una struttura in cui Chiara potrà proseguire quel lungo percorso di recupero in cui tutti noi crediamo".

Sesso nello spazio? Quanto di più vicino alla fantascienza, almeno per ora. Se l'intimità fra astronauti non è ancora stata oggetto di alcuna ricerca o sperimentazione - né al momento risulta da fonti ufficiali che siano stati consumati rapporti sessuali ad altissima quota - le implicazioni di un eventuale incontro ravvicinato potrebbero, addirittura, essere rischiose per la salute dei cosmonauti. A ipotizzarlo era già stato uno studio del marzo 2013 a cura dell'Università di Montreal: incentrato sui processi di riproduzione delle piante e influenza di assenza di gravità e variazione di peso sui processi cellulari, aveva prodotto risultati non proprio incoraggianti.

La microgravità, secondo gli esperti canadesi, danneggerebbe infatti in maniera irreparabile i canali di comunicazione intracellulare e inibirebbe i normali processi di divisione e accrescimento delle cellule. In caso di concepimento, quindi, sperma e ovuli risulterebbero fortemente danneggiati, mettendo in pericolo la vita del nascituro. Un rischio che ancora, comprensibilmente, nessun essere umano volato nello spazio ha voluto provare. Ma la fecondazione in orbita sembra essere solo l'ultimo passo di un percorso potenzialmente pericoloso fin dall'inizio. Prima che questo possa accadere, infatti, a preoccupare gli esperti sarebbero ossa, muscoli e sistema endocrino dei viaggiatori dello spazio.

"In una situazione neutra, con il consenso degli astronauti e nell'assoluto rispetto della loro privacy - afferma la ginecologa e sessuologa Alessandra Graziottin - sarebbe interessante indagare sulle implicazioni del sesso nello spazio per poter studiare una serie di parametri. Vedere, per esempio, come la gravità modifica i ritmi circadiani, o la produzione di prolattina e melatonina, come cambia il ciclo ovulatorio o la spermatogenesi, e anche la risposta immunitaria in condizioni di stress. Ma quello che interesserebbe, ancora prima del rapporto sessuale, sarebbe l'impatto biologico nel suo complesso".

"Non abbiamo idea - continua l'esperta - di quanti aspetti del corpo umano siano influenzati dalla gravità, ed è per questo che sarebbe interessante capire in generale i 'costi' di un viaggio spaziale sulla salute. Per ora sappiamo che i problemi riguardano le modifiche del sistema endocrino, la muscolatura e le ossa, 'provate' dallo scarsissimo movimento in orbita - che ha un effetto catabolico sul muscolo, con una grande produzione di molecole infiammatorie - e dalla gravità. Aspetti non secondari che influirebbero senz'altro anche su un eventuale rapporto sessuale".

fonte: Adnkronos

Una serie di immagini fotografiche scelte dall’archivio dell’Istituto superiore di sanità per testimoniare la presenza continuativa delle donne nelle attività di ricerca, controllo, coordinamento e formazione svolte dall’Iss. E' l’iniziativa dell'Iss che, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ospiterà l’incontro 'Conoscere per cambiare', un convegno per approfondire la tematica e le azioni necessarie per prevenire e combattere la violenza, attraverso il confronto con associazioni, come l’Unione donne in Italia, la Casa internazionale delle donne e l’associazione "Donne e Scienza", attive in diverse aree della vita sociale e pubblica, e con la situazione al di fuori dell’Italia, con il contributo di una ricercatrice brasiliana.

L’incontro è accompagnato dalla seconda edizione dell'esposizione di poster informativi. "La salute delle donne - si sottolinea in una nota dell'Iss - ha radici nel rispetto delle differenze. Il messaggio che si intende trasmettere è quello di indicare che per la salute delle donne è essenziale rimuovere le discriminazioni attraverso l’attuazione delle politiche di genere, come quelle richieste dalla Convenzione di Istanbul, che non possono che coinvolgere tutte le istituzioni, come l’Istituto superiore di sanità, che hanno un ruolo di guida e di coordinamento in settori di importanza vitale per il Paese, quali la sanità pubblica, la ricerca e la formazione, ma anche quello di promuovere una collaborazione che conduca ad aumentare l’efficacia delle azioni intraprese singolarmente da ricercatori, associazioni ed altri enti".

Un gruppo di persone dell’Iss che si riconosce nei principi espressi nel 2011 dal movimento "Se Non Ora Quando" ha promosso già dal 2012 iniziative interne per diffondere la conoscenza e la consapevolezza sulla dimensione del fenomeno 'femminicidio', sulle analisi delle cause e sulle azioni per il suo contrasto promosse da varie organizzazioni, compresa l’Unione donne in Italia e il Dipartimento pari opportunità della presidenza del Consiglio.

fonte: Adnkronos

Lunedì 17 Novembre 2014 12:34

Inseguire la vita…fa venire ansia!

Scritto da Administrator

Per quanto sia un fenomeno naturale, non è facile accettare che il tempo passi in modo inesorabile. L’ansia che questo pensiero provoca è sempre più diffusa già dai 30 anni di età, quando le settimane, i mesi e gli anni sembrano “volare”. Certo, il problema del tempo che fugge non è nuovo: già nell’antichità, il filosofo latino Seneca insegnava a vivere bene il tempo con la sua opera “Sulla brevità della vita”. La vita che molti di noi conducono sembra fatta per rapinarci di questa preziosa e invisibile “sostanza” poiché viviamo tutti dentro una grande illusione: quella che la vita sia una grande corsa a tappe, con passaggi obbligati (studio, matrimonio, figli, carriera…) che non bisogna rimandare, con l’obiettivo di essere una persona realizzata per come lo intende il mondo. Una visione di questo tipo non può che creare ansia: ogni deviazione, intoppo e ogni percorso personale non è accettato e produce effetti devastanti sulla psiche, facendoci sentire diversi e inadeguati rispetto al “modello unico”. Così il tempo diventa motivo di rimpianto e di angoscia. C’è quindi un grande bisogno di “ritrovare il tempo”, ma non quello perduto, come diceva Proust, bensì quello presente.

Vivere il presente, senza troppe “mete”
È soltanto “il sistema” che ci ruba il tempo, o siamo anche noi che contribuiamo a farcelo rubare? Nessuno ci ha mai insegnato l’arte di usare il tempo e, quindi, siamo prima di tutto noi a non saper vivere il tempo e a rubarlo a noi stessi, assumendo un atteggiamento sbagliato: ci comportiamo come se ne avessimo all’infinito e, allo stesso tempo, viviamo nella fretta e nello stress, come se non fosse mai abbastanza. Una cosa è certa: non possiamo aspettare che la realtà ce ne conceda di più, né possiamo concepire come tempo vero “quel che resta del giorno”, cioè i brevi ritagli dagli impegni. Dobbiamo abbandonare la passività che si nasconde dietro la maschera dell’attivismo continuo e tornare a essere più presenti e “vivi” nelle nostre attività quotidiane.

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Rallentiamo la routine
La routine è inevitabile ma bisogna adattarla alle nostre caratteristiche personali, anche se siamo immersi in una “corrente” di impegni. Vivere tutto di fretta, conduce all’automatismo, nel quale non siamo presenti a noi stessi e non ci accorgiamo del tempo che trascorre. Tuttavia è possibile imporre ritmi più lenti, uscendo dalla meccanicità e vivendo in uno stato di consapevolezza. Molti vivono quasi solo secondo il senso del dovere, mentre altri fanno quasi tutto secondo il senso del piacere. In entrambi i casi tuttavia le persone percepiscono il tempo che fugge.

È necessario quindi che vi sia una giusta via di mezzo tra questi due principi. Solo la compresenza di piaceri e doveri, scandisce armoniosamente il tempo e ci dà la sensazione di “sentirlo nostro”.
Così vivi le tue giornate al meglio!

-Dormi sempre il numero di ore per te necessario: la stanchezza offusca tutto

-Non farti interrompere troppo da telefonate e messaggi.

-Concediti momenti “senza scopo” in cui non fare nulla.

-Ogni tanto obbligati a non dire sempre le stesse frasi, nello stesso modo

-Non collocare la felicità sempre e solo in un risultato da raggiungere.

fonte: RIZA

Domenica 16 Novembre 2014 06:16

In mostra i 150 anni della Croce Rossa italiana

Scritto da Administrator

Dall'ambulanza S9 Bianchi che trasportò Benito Mussolini in fuga da Roma, all'omologo Lince VM90 usato in Afghanistan. Oltre alla ricostruzione di un ospedale da campo della I Guerra mondiale e a 120 pannelli fotografici, uomini in divise storiche dell'epoca e 13 ambulanze, tra cui quelle antiche, trainate dai cavalli. E' la mostra 'Soccorso umanitario ed evoluzione dell'arte sanitaria. Il Corpo Militare della Croce Rossa italiana dal 1866 ad oggi', inaugurata oggi e aperta gratuitamente al pubblico da domani fino al 23 novembre al Complesso Monumentale Santo Spirito in Sassia a Roma.

Passato e presente del Corpo militare della Croce Rossa è raccontato nel percorso che si snoda all'interno del Complesso monumentale che accoglie anche l'Accademia di Storia dell'arte sanitaria.

"Abbiamo portato qui alcune ambulanze ippotrainate e a mano trainate, pezzi originali e ultimi esemplari che hanno 150 anni di vita - racconta all'Adnkronos Salute Roberto Orchi, colonnello della Cri e curatore della mostra - Arriviamo poi anche alle ultime e moderne ambulanze blindate usate in teatri di guerra. Nel percorso storico c'e' poi una ricostruzione di una medicheria della I Guerra mondiale attrezzata per gli interventi di chirurgia d'emergenza e per salvare gli arti ai soldati colpiti. Poi - aggiunge - abbiamo allestito un posto medico avanzato che usiamo oggi durante le emergenze in cui la Cri e' protagonista, dotato di tutte le più moderne tecnologie per il soccorso d'emergenza".

"Siamo felici di ospitare la mostra - spiega Angelo Tanese, direttore generale dell'Asl Roma E - il Complesso monumentale Santo Spirito in Sassia un luogo ricco di storia e anche grazie a questo evento potrà essere visitato da tante persone. Il nostro obiettivo e' rilanciare nei prossimi mesi questo patrimonio e l'Accademia Lancisiana che quest'anno festeggia il trecentesimo anno di vita". Ad inaugurare la mostra oltre a Tanese anche Domenico Rossi, sottosegretario alla Difesa: "Siamo di fronte ad un cocktail: di valori e concretezza, fondamenti della missione sanitaria del Corpo Militare della Croce Rossa. Dal 1866 al 2014 e' il tempo raccontato dalla mostra - osserva Rossi - significa che siamo in presenza di un corpo che e' ancora sulla cresta dell'onda".

fonte Adkronos

6 ottobre 2014 - Medicina e Informazione. Intervista al DOTT. UMBERTO TIRELLI : Medicina predittiva e test genetici per chi ha familiarità per alcuni tumori.

http://vimeo.com/108336322

Direttore Dipartimento di Oncologia Medica Primario Divisione di Oncologia Medica A
Centro di Riferimento Oncologico, Istituto Nazionale Tumori di Aviano (Pordenone)
Specialista in oncologia, ematologia, malattie infettive, stanchezza cronica, test genetici (tumori e nutrizione).


I GenoTest sono test di suscettibilità finalizzati a individuare i genotipi che di per sé non causano una malattia, ma comportano un aumentato rischio di svilupparla in seguito alla funzione di fattori ambientali favorenti o alla presenza di altri fattori genetici scatenanti.

Il GenoTest prevede un prelievo non invasivo di campione salivare. Da quì viene analizzato il DNA e dai risultati ottenuti viene fornita una risposta sotto forma di Report esplicativo.

Ulteriori informazioni sui costi: http://www.mygenomics.eu/genotest

Per eseguire i test genetici e nutrizione e sport a NAPOLI  - contattare il n. 328.24.95.909

Teenager in cerca di se stesse che "cedono al fascino dell'assolutismo". Non aspirano al progresso, ma "sono a caccia di un'identità collettiva forte che duri nel tempo, oltre l'individuo, le sue condizioni sociali, oltre la morte. Un modello religioso premiante dove placare le angosce esistenziali" tipiche dell'adolescenza. E' il 'pacchetto chiavi in mano' offerto dall'Is alle ragazzine che sognano la jihad. Come le tre americane di 15, 16 e 17 anni intercettate dall'Fbi all'aeroporto internazionale di Francoforte: sembra tentassero di raggiungere la Siria per unirsi ai combattenti dello Stato islamico. Ma cosa c'è dietro il 'cuore nero' che spinge un'adolescente ad essere "attratta dal male, più da Joker che da Batman"? Un leit-motiv "che si ripete a livello generazionale, con alcune differenze significative", spiega all'Adnkronos Salute lo psichiatra Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di neuroscienze dell'ospedale Fatebenefratelli di Milano.

Per l'esperto la giovane età delle tre statunitensi in fuga verso la Siria "mette subito in mostra la ricerca di un'identità forte, anche se negativa. Non è un inedito: è lo stesso meccanismo che ha animato in passato movimenti come quello delle 'pantere nere' negli Usa, o in Europa l'adesione al progetto dell'esportazione del comunismo". Solo che in passato, "al di là degli aspetti aberranti, questi modelli erano orientati alla crescita di un'idea di giustizia e democrazia, alla riduzione di diseguaglianze". Qui troviamo "la realizzazione di un mito antico che ripristina gerarchie e differenze e anche la supremazia di un genere sull'altro. Un ritorno al passato. Come se dopo le conquiste di liberazione, i neri chiedessero il ritorno ai tempi dello schiavismo e delle piantagioni di cotone. Ci farebbe impressione", osserva Mencacci.

Secondo lo psichiatra "deve far riflettere l'inseguimento da parte di queste giovani di un'identità collettiva, la loro permeabilità al messaggio mediatico del 'Califfato' che propone un futuro conglobante, che travalica l'individuo. Questo tipo di esperienza le generazioni precedenti l'hanno sperimentata, ma l'idea era di andare verso l'uguaglianza sociale, di lottare contro dittature e poteri soverchianti. Una rivoluzione duratura per costruire qualcosa per le generazioni future". Il desiderio di immortalità veniva interpretato così. "Qui invece - prosegue - c'è il fascino di un modello religioso premiante, che risolve le angosce individuali di finitezza e di morte, tanto presenti in età adolescenziale".

Ma il fatto che "tre giovinette, invece di ringraziare il cielo di essere nate negli Usa, di non essere state infibulate e rese spose bambine, vanno a cercare loro identità seguendo un percorso contrario a quello affrontato dagli schiavi di colore, ci deve far riflettere", avverte Mencacci. Perché è un fenomeno che rispecchia "la difficoltà attraversata dal modello di democrazia e laicità, un modello che presuppone di per sé un'evoluzione molto individuale: le persone si devono battere per la loro crescita personale più che per un'identità collettiva e questo rende difficile identificarsi". E' in questo contesto che nasce "l'attrazione per l'assolutismo".

Il problema è che nel caso delle baby jihadiste "il motore è il mito della barbarie, il desiderio di tornare indietro, mentre il resto del mondo cerca di far uscire la donna da una serie di vincoli e limitazioni millenarie". Tanto più che a 16 anni "non c'è piena consapevolezza delle conseguenze della violenza". Come fermare una deriva simile? "Un figlio deve poter comunicare e imparare ad apprezzare le scelte di un genitore, un modello al quale aderire come senso, non solo come condizione sociale". Nel caso delle ragazzine Usa con la testa in Siria "il loro substrato era molto più sensibile" ai messaggi dell'Is. Il mix con "l'impulsività tipica dell'età e magari tratti di personalità disturbati" ha fatto il resto.

fonte: adknronos

Una notizia per tutte: un bambino, condannato all’obesità dalla nostra COMUNE iperalimentazione ingiustificata, avrà maggior rischio di MORIRE per malattie cardiovascolari che non di tumore!

Dalle statistiche, nella comunità europea (Eurostat 2012), tra le principali cause di morte, su più di 9 milioni di morti, circa 4 milioni di persone sono decedute per malattie cardiovascolari; 2 milioni a causa di tumori; e 1 milione per incidenti.

La durata media della vita negli anni sta aumentando e non diminuendo. Se da un lato avvertiamo di essere raggiunti sempre più da notizie in merito a conoscenti colpiti da tumore… è pur vero che si fa più prevenzione e anticipate diagnosi rispetto agli anni passati. Un dato chiaro per tutti: se il cancro mietesse vittime, come sembra essere percepito, la VITA MEDIA non si allungherebbe!

Dal tam tam di informazioni sembra di esser stati improvvisamente colpiti da epidemia di “tumori” e che l’unica soluzione sia rinchiudersi in un’oasi al di fuori del mondo che viviamo e conosciamo. Negli ultimi mesi leggiamo solo: “Alcalinizziamo il nostro corpo… no carne, no latte, no formaggi, no pasta, no pane, no dolci, no biscotti, no caffè, no alcol, no sale, no alimenti cotti, no alimenti conservati…” Avete un’idea di dove andare a vivere? Questa è la vita che volete vivere? Questa vita vi può rendere felici e soddisfatti?
Qualcosa di vero c’è… ma non passiamo da 1 a 90! Ci sono delle SOLUZIONI INTERMEDIE che possono garantire maggiormente lo stato di salute rispetto agli estremismi che potrebbero essere sostenuti SOLO DA POCHI!!

Chi fa questo mestiere in scienza e coscienza sa benissimo che queste “TEORIE”, anche se in parte vere, sono assolutamente INAPPLICABILI nella routine quotidiana. Questo lo si intuisce osservando il soggetto umano nella sua totalità ossia nel suo godimento di un buono stato di salute come completo benessere fisico, mentale e sociale… e soprattutto inserito in un contesto di VITA ORDINARIA.

Gli INCIDENTI provocano il decesso di milioni di persone ogni anno (non solo di trasporto, ma anche professionali e domestici…). Non per questo non circoliamo, non viaggiamo, non lavoriamo!
A questi “luminari della scienza”, non in prima linea, che pretenderebbero di risolvere queste serie patologie con assurdi stili di vita, analogamente proporrei una soluzione: vivere in una “campana di vetro”, così avremo sicuramente meno morti per incidenti ma… di contro forse più decessi per depressione e suicidi!
Quindi per lo stesso principio, come si può evincere… il tumore non si può combattere o meglio prevenire con un semplice bicchiere di acqua limone e bicarbonato; allo stesso modo non possiamo addurre che l’unico rimedio possibile al cancro sia mangiare solo frutta e verdura cruda!
Il solo drastico intervento nutrizionale altamente restrittivo siamo certi che gioverebbe a qualsiasi soggetto psicologicamente demotivato, triste e pessimista?
Per chi ci riesce… ben venga! Ma è una piccolissima percentuale! Dobbiamo trovare una soluzione più morbida per quel 99% che non riuscirà MAI a sostenere una drastica alimentazione vegana.

Non ho fatto uno specifico studio in merito, ma la mia vecchia passione di ricercatore e l’esperienza sul campo, mi porta a pensare e dedurre che la ragione per cui assistiamo a miglioramenti in ambito tumorale successivi a modifiche dell’alimentazione, possa avvenire anche quando si assume uno stile alimentare ipocalorico ed equilibrato senza gli estremismi del solo frutta e verdura. La nostra DIETA MEDITERRANEA ha in sé tutta una serie di principi che garantiscono una visione del problema a 360°. Questo approccio, così come la semplice prevenzione dell’obesità infantile, sicuramente sui grossi numeri ha maggior possibilità di incidere positivamente sulla prevenzione dei tumori e malattie cardiovascolari.

Una nota simpatica è vedere pubblicare e sostenere queste notizie sul “miele” e sul “limone” proprio da quei soggetti con notevole sovrappeso e con almeno un fattore di rischio cardiovascolare (come diabete, ipertensione, obesità) che maggiormente vivono una vita, come in molti, all’insegna del “MANGIARE” (braciate, banchetti, avvinazzate…)
In conclusione permettetemi un “pensiero poetico”:
100 giorni da pecora o 1 da leone…?
Io… speriamo 50 da orsacchiotto!!

fonte:  dott. G.Basile -Nutrizionista

Parkinson, che fare? Fisioterapia ed esercizio fisico, in attesa di nuovi farmaci nel 2014

 

“Possiamo dare una buona qualità della vita ai nostri pazienti: se si inizia una terapia nei primi quattro anni dall'esordio si riesce ad avere un buon controllo per quindici-venti anni. Al momento attuale la Levodopa (L-DOPA) resta il farmaco cardinale, ma nel 2014 probabilmente arriverà in commercio una pastiglia di Levodopa che dura 6 ore anziché 2 o 3, più altre molecole come il safinamide, in grado di alleviare i sintomi motori e non".

"Inoltre, oggi sappiamo che ci sono approcci non farmacologici in grado di rallentare il decorso della malattia di Parkinson: la fisioterapia e l'esercizio fisico" racconta il prof. Fabrizio Stocchi Neurologo, esperto a livello mondiale sulla malattia di Parkinson e parkinsonismi, direttore del Centro di Ricerca sul Parkinson e sui Disturbi Motori presso l'IRCCS San Raffaele di Roma.

Studi conclusi

"Dal punto di vista farmacologico abbiamo l'unico studio positivo mondiale, ADAGIO Study, su 1200 pazienti arruolati tra Usa ed Europa (tra tutti quelli compiuti con diverse molecole negli ultimi vent'anni sulla neuroprotezione), che dimostra l'azione della rasagilina nel rallentare il decorso di malattia. Il limite dello studio è che abbiamo testato due dosi: 1 o 2 milligrammi, di cui la somministrazione di 1 milligrammo è positiva nello studio, l'altra no. In seguito a questi risultati, risalente a due anni fa, si è capito che, tra le diverse spiegazioni, quando si usa una molecola protettiva non è detto che tutte le dosi funzionino".

"È importante anche la ricerca sulle dosi: è possibile che 1 milligrammo sia ben tollerato dall'organismo ed esplichi un'azione positiva, invece una dose superiore no. Dall'analisi sulla somministrazione di 2 milligrammi, considerando esclusivamente quei pazienti che avevano una gravità di malattia superiore rispetto agli altri, tutti gli endpoints dello studio diventano positivi. Il che significa che gli strumenti che abbiamo utilizzato per i pazienti con forme lievi di malattia non erano così sensibili, ed è possibile che i 2 milligrammi abbiamo un effetto sintomatico maggiore che possa avere mascherato il risultato del rallentamento della malattia. Nonostante le spiegazioni abbastanza chiare dell'andamento statistico, la Federal Drugs Administration (FDA) ha classificato lo studio come risultato 'dubbio' per cui non c'è un'indicazione di questa molecola, ma comunque sia lo studio è servito e il disegno di studio è stato approvato da FDA per eventuali molecole che si vogliano testare nel rallentamento del decorso di malattia. Inoltre, esso ha chiarito il fatto che, comunque sia, questa non sembra più una meta irraggiungibile, poiché una molecola ce l'ha fatta ed è possibile che si possa continuare sulla strada per dimostrare qualcosa di più".

"La FDA ha detto chiaramente che se si fosse ripetuto un altro studio ADAGIO con 1 milligrammo ed il risultato fosse stato confermato la molecola sarebbe stata approvata. Il fatto è che la rasagilina è abbastanza avanti nella sua vita, uno studio come ADAGIO costa 70 milioni di dollari per cui le azienda non hanno interesse, in scadenza del brevetto, a finanziare un altro studio di quattro anni, considerando che la molecola è in commercio per uso sintomatico, dunque chi vuole la usa comunque”.

Nuovi approcci sul Parkinson

“Sono in corso nuovi studi sempre con l'obiettivo di rallentare o bloccare la malattia. Alcuni anche su molecole 'vecchie', come il principio attivo isradipina anti-ipertensivo, calcio-antagonista, oppure vari fattori di accrescimento. Ci sono molti ingredienti 'in pentola' per la neuroprotezione. Fermo restando che sono studi molto costosi per cui se c'è una buona compartecipazione governativa si riesce a procedere, diversamente un'azienda deve avere in mano elementi molto convincenti per investire".

"Per quanto riguarda l'aspetto sintomatico, la malattia di Parkinson è uno dei maggiori traguardi raggiunti dalla Neurologia, tenendo presente che, esclusa l'epilessia, sono molto poche le patologie su cui c'è una cura. Sulla terapia siamo piuttosto avanti. Ci sono però delle problematiche importanti. Diciamo che possiamo dare una buona qualità della vita ai nostri pazienti per quindici-venti anni. Se si inizia una terapia nei primi quattro anni dall'esordio si riesce ad aver un buon controllo per quindici-venti anni. Dipende molto da cosa succede 'dopo', da quello che è il decorso stesso della malattia. Talvolta intervengono cambiamenti nella malattia, ad esempio il disturbo cognitivo che va ad influenzare anche la terapia, poiché alcuni farmaci non si possono più utilizzare. I disturbi psicotici, tutti gli effetti collaterali psichiatrici, le cadute, i disturbi posturali, di equilibrio, sono problemi importanti che possono intervenire nel decorso della malattia. Se siamo fortunati un paziente 'giovane', che inizia la malattia a 50 anni, arriva a 70 anni in condizioni accettabili per qualità di vita. Senza terapia un paziente parkinsoniano vive in media dodici anni in condizioni molto gravi. In passato la malattia di Parkinson portava a morte, oggi la terapia fa sì che non esiste più uno 'spam' di vita, esiste una qualità della vita. È impossibile che un paziente parkinsoniano giovane non sia diagnosticato perché i sintomi diventano talmente 'importanti' nell'arco di cinque-sei anni e non possono essere mascherati".

"Al momento attuale la Levodopa (L-DOPA) resta il farmaco cardinale. Ce ne sono altri che sostituiscono o affiancano la L-DOPA nelle fasi iniziali della malattia, poiché su lungo termine essa porta a disturbi motori on-off, fluttuazioni dal punto di vista motorio (quando il paziente durante la giornata alterna momenti di discreta mobilità ad altri di blocco, accompagnati da sintomi non motori: dolore, ansia, panico, sudorazione), o discinesie (movimenti involontari). La ricerca ha lavorato molto in questi anni su farmaci che potessero in parte sostituire la L-DOPA. Adesso sono stati rivalutati gli inibitori delle monoamino ossidasi MAO (enzima del cervello che distrugge la dopamina), rasagilina e selegilina, per arrivare a diminuire i dosaggi di L-DOPA".

"Il prossimo futuro è una L-DOPA molto più stabile e lunga, ora una compressa dura 2 ore e mezza/massimo 3, un paziente prende 6 pastiglie al dì, ed ogni volta rischiando l'off (il blocco, quando finisce l'effetto del farmaco e la successiva dose non è ancora disponibile). La molecola già presentata alla FDA, IPX066, è una L-DOPA che dura quasi sei ore. Negli Usa si sperava fosse già sul mercato entro il 2013 (col nome commerciale RYTARY) ed in Europa approvata entro il 2014, ma ci sono dei ritardi nell'approvazione da parte della FDA. A breve, una molecola che nasce in Italia (safinamide) inibitore delle MAO-B, ma con altri effetti su glutammato ed i canali del Calcio in grado di migliorare anche la componente discinetica, oltre ad un effetto sulla motricità (funzione motoria) superiore agli altri. Studiata a lungo ed in maniera estesa, pronta per andare sul mercato, sempre entro il 2014" (la domanda all'EMA European Medicine Agency è stata fatta nel dicembre 2013, ndr).

"Inoltre, molecole che stiamo studiando al San Raffaele, per l'Italia, ed in altri centri nel mondo. Su una nuova molecola che agisce non su dopamina ma su altro meccanismo di azione, l'adenosina, bloccandola, resetta il sistema dei gangli della base, e quindi migliorano i sintomi. La molecola si chiama preladenant, ma nella fase III di sperimentazione non ha dimostrato dare effetti superiori a quelli del placebo, per cui a maggio 2013 è stata abbandonata. Purtroppo, anche una seconda molecola che si stava studiando, vipadenant, in Fase 2 avanzata, è stata abbandonata nel giugno 2013, perché ha rivelato effetti collatarali. Quindi si sta riconsiderando una molecola già nota, istradefillina, sempre bloccante di adenosina, ma meno efficace delle altre due (già respinta dalla FDA nel 2008, ma approvata in Giappone, ndr)". 

"Poi studiamo molecole per migliorare discinesie, una in particolare agisce su glutammato, AFQ056, bloccante del glutammato: è finita la sperimentazione in Fase 2 B, funziona e speriamo di arrivare a Fase 3".

"Si sta esplorando una molecola nicotinergica (cosiddetta in quanto agisce sulla nicotina). Interessante dei bloccanti dell'adenosina è il fatto che hanno un'azione simile a quella della nicotina, e sappiamo che la nicotina ha un effetto protettivo nella malattia di Parkinson. Quindi si spera che queste molecole abbiamo anche un effetto di protezione".

"I fumatori sono protetti dalla nicotina così come l'uso di caffè ha una simile azione, sono considerati protettori naturali, con dati scientifici molto 'robusti' a sostegno. Da questa premessa ecco perchè si è andati a vedere 'come' il fumo di sigaretta potrebbe essere protettivo. Si è pensato, appunto, a questo effetto della nicotina sui recettori dell'adenosina". 

"Dal punto di vista scientifico, l'aspetto più intrigante è la Terapia genica, che è già stata provata sull'uomo in due studi di Fase 2, conclusi, utilizzando un vettore virale, che è un derivato sostanzialmente dell'adenovirus (il virus dell'AIDS per intenderci), che è un ottimo 'carrier' della trascrizione genetica che si vuole fare all'interno della cellula, iniettato all'interno del cervello, nelle cellule che vogliamo modificare, esso si lega al DNA, modifica, e riproduce la molecola che necessita, potendo andar a migliorare o il sistema dei gangli della base o funzionare come fattori di accrescimento. Esistono due studi, uno positivo l'altro no, ma entrambi riusciti dal punto della safety e sicuramente si andrà avanti in questo tipo di approccio. Un altro ancora, molto interessante, anche se in fase ancora molto precoce, è l'infusione intracerebrale di un derivato del fattore neurotrofico delle cellule derivate della linea gliale (GDNF), che potrebbe funzionare sia per migliorare, perché potrebbe rigenerare una componente cellulare, sia come protezione".

A che punto sono gli studi

“Su GDNF abbiamo presentato un protocollo di Fase 2, in attesa di approvazione. Per quanto riguarda le tecniche chirurgiche, ormai non possono più essere considerate una novità. La chirurgia nel Parkinson si fa dal 1997, sono state affinate le tecniche, ci sono altre aziende che sono entrate con stimolatori più duraturi dal punto di vista della durata della batteria con elettrodi più fini. Tra l'altro, mi parlavano di un elettrodo che è fatto con materiale elastico che può esser inserito nel cervello e poi evitare il problema dello 'stiramento'. Dunque, tecniche più sofisticate, ma dal punto di vista del miglioramento clinico e dal punto di vista di quello che si può ottenere dalla cosiddetta stimolazione cerebrale profonda (DBS) sappiamo tutto e conosciamo vantaggi e limiti. Nel senso che più di questo non si può ottenere. Infine, la DBS è una terapia sintomatica che migliora soprattutto alcuni sintomi, tra cui i movimenti involontari, e per questo da utilizzare nei pazienti avanzati, nei pazienti piuttosto gravi, ma non può dare nulla né dal punto di vista di rallentare il decorso né da quello di come migliorare la situazione biologica della malattia".

"Ci sono però novità comunque interessanti perché migliorano farmaci esistenti. Per esempio noi utilizziamo per migliorare la L-DOPA gli inibitori delle catecol-o-metil transferasi (COMPT, sono enzimi che vanno a metabolizzare le ammine) perché bloccano questo enzima periferico e danno più L-DOPA disponibile. Ce ne sono già due sul mercato, ma in realtà uno, perché l'altro è ematotossico, che è l'entacapone. Adesso andiamo a sperimentarne uno completamente nuovo, che ha il vantaggio che si somministra una volta al giorno, ha inibitore COMPT superiore a entacapone e forse migliore tollerabilità. Quindi diciamo che non novità dal punto di vista della strategia terapeutica, perchè verrà comunque utilizzato insieme alla L-DOPA per migliorare la sua biodisponibilità, però è un miglioramento dal punto di vista della terapia. È un po' quello che è successo coi dopaminoagonisti, che ci sono dagli Anni Ottanta, però ne sono usciti di nuovi, poi hanno fatto il once-a-day, in seguito il cerotto: non cambia il concetto terapeutico, però migliora la terapia. Queste sono le conoscenze su cui si lavora anche cercando di migliorare la terapia stessa, fermo restando che, chiaramente, con le nuove regolamentazioni EMA e FDA gli investimenti sul campo sono sempre più mirati. Oggi per l'approvazione di un farmaco bisogna dimostrare comunque una superiorità, un vantaggio, rispetto ad un farmaco già esistente, e molto spesso deve essere anche una superiorità dal punto di vista clinico e non solo della safety. Quindi questo aspetto limita un po' gli investimenti: in primo luogo sviluppare una molecola costa un'enormità, in secondo se non si hanno buone prospettive dal punto di vista dell' 'approval' molte molecole vengono abbandonate. Magari ci sono delle molecole interessanti che non vengono portate avanti, poiché si pensa che non possano avere vantaggi reali".

Fisoiterapia e robotica

"Poi, ci sono molte novità nel campo della fisioterapia. Abbiamo a parte nuovi programmi specifici per il Parkinson dedicati ai pazienti, quindi studiati anche dal punto di vista fisiopatologico con macchinari appositi e che è stato dimostrato che portano molti miglioramenti. La robotica sta entrando in maniera abbastanza prepotente in questo quadro”.

"Stiamo testando, per esempio, la stimolazione magnetica, sia con microstimolatori portatili sia con quelli più grandi. Ultimamente stanno sperimentando la stimolazione plantare (FMS - Foot Mechanical Stimulation) con un macchinario chiamato Gondola, che stimola la parte plantare del piede, che dicono porti un miglioramento. Siccome io ho un approccio scientifico su tutto ho detto 'bene, vediamo se effettivamente... '. Da metà marzo 2013 abbiamo condotto uno studio in doppio cieco controllato prima di dire se funziona o no che ha dato risultato molto promettenti. Il mio metodo di lavoro è questo: nessuna preclusione, tutto quello che è innovazione, tutto quello che può migliorare la qualità della vita del paziente ben venga, ma deve essere testato dal punto di vista clinico-scientifico ed in maniera estremamente rigorosa".

"Si tratta di uno studio controllato contro placebo, perché questa macchina ha la possibilità di fare la stimolazione cosiddetta placebo. Un altro studio, sulla stimolazione magnetica, è stato avviato a fine marzo. Certamente nessuno dei due approcci sostituisce la terapia farmacologica, però entrambi potrebbero aiutare, ripeto, a migliorare la qualità della vita del paziente, per esempio migliorando il freezing (blocco motorio improvviso ed imprevedibile), oppure migliorando l'equilibrio, oppure migliorando la deambulazione, o alcuni aspetti non motori. Sono tutti approcci che noi andiamo ad esplorare".

Biomarkers

"Uno studio, molto grosso, è in corso, tra l'altro finanziato dalla Michael J Fox Foundation, esplorativo in generale sui biomarkers. Noi stiamo facendo due studi importanti, co-finanziati dal Ministero della Salute e dall'Inail. Uno sul rischio lavorativo: quali lavori sono più rischiosi per quanto riguarda il Parkinson. L'altro per quanto riguarda i rischi ambientali (possibilità neurotossine dell'ambiente dove si vive). Un altro ancora sui possibili biomarkers da ricercare sui parenti dei pazienti affetti: raccogliamo tra l'altro campioni biologici (saliva) per un eventuale studio su biomarker nel DNA. Ancora: un grosso studio è valutare il rischio nella familiarità, ovvero quanto è importante la presenza di un soggetto affetto all'interno della famiglia, quanto aumenta il rischio dei familiari nel contrarre la malattia, e questo perché ancora non si sa. Se c'è aspetto genetico, comportamenti preventivi servono a poco. Però va detta una cosa importante: i portatori di gene non è detto che sviluppino la malattia. Il gene di per sé non è elemento fondamentale per contrarre la malattia".

Cosa scatena la malattia di Parkinson?

“Potrebbe essere il contatto con un aspetto ambientale. Ma non abbiamo ancora ipotesi credibili, sulle cause ambientali. Tranne una, piuttosto interessante, che è stata avanzata dal collega, col quale lavoro moltissimo, Sten Prusener del Mount Sinai di New York, scopritore del prione (i prioni sono particelle proteiche infettive; malattie associate a prioni note sono indicate generalmente come encefalopatie spongiformi, a causa di una caratteristica comune delle malattie: la formazione di 'buchi' nella materia cerebrale), insieme a Warren Olanov. Secondo questa ipotesi, anche il Parkinson potrebbe essere una malattia prionica, con un prione chiaramente diverso rispetto alla Creutzfeldt–Jakob (il cosiddetto 'morbo della mucca pazza' ndr), ma sempre un agente infettante proteico potrebbe scatenare la malattia".

“Dietro c'è una teoria importante su cellule trapiantate nei pazienti che avevano ricevuto impianto di cellule fetali, che a loro volta si sono ammalate e hanno sviluppato corpi di Levy. Quindi ci deve esser una molecola, un agente, qualcosa che colpisce anche le cellule ospiti. Un agente che sembrerebbe entrare da fuori, o dall'intestino o dal naso, perché appunto la perdita dell'olfatto come primo sintomo, la presenza dei corpi di Levy nell'intestino dei pazienti, lo lasciano pensare. Inoltre, nel topo si può ritrasmettere la malattia trapiantando una parte di cellule cerebrali, e poi anche come la malattia stessa si comporta fa ipotizzare che potrebbe essere una teoria valida indagare su agenti infettanti ambientali".

(tratto da un'intervista rilasciata dal Prof. Stocchi a Affari Italiani)
 

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